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Le pensioni dei professionisti? Peggio che andar di notte...

E' stato recentemente pubblicato il rapporto n.6 del 2019 del bilancio del sistema previdenziale italiano a cura del Centro Studi e ricerche di Itinerari Previdenziali; oltre ad evidenziare una insostenibilità del sistema del welfare italiano così come strutturato (i costi dell'assistenzialismo pesano in maniera eccessiva sulla parte previdenziale che altrimenti sarebbe sostenibile), mi hanno fatto riflettere i dati relativi alle casse di previdenza private dei liberi professionisti.
Pur operando anch'esse secondo lo schema pensionistico a ripartizione, gran parte delle casse in questione, normate dal D.lgs 509/1994 adottano ancora il metodo di calcolo retributivo. La pensione è calcolata applicando un coefficiente di "proporzionamento", che varia tra il 2 e lo 0,9% annuo, alla RMP (retribuzione media pensionabile) in un determinato numero di anni (generalmente negli ultimi 15-25 anni). Con l'introduzione della Fornero e il relativo obbligo per le Casse di redigere bilanci con sostenibilità finanziaria e attuariale a 50 anni, alcune delle Casse in questione hanno ritenuto opportuno di introdurre il sistema di calcolo contributivo.
Gli Enti nati successivamente alla Legge 335/95 (D.lgs 103/96) usano direttamente il sistema di calcolo contributivo.
Il finanziamento delle Casse privatizzate è costituito da un contributo soggettivo calcolato in percentuale del reddito imponibile con aliquote che vanno dal 10% al 16% che è destinato a finalizzare le prestazioni pensionistiche; e il contributo integrativo che viene calcolato sul giro di affari con aliquote che vanno dal 2% al 5%.
Il numero complessivo dei contribuenti agli enti privatizzati è di 1.318.864 unità e il contributo medio annuo è di 6.519€. Le pensioni erogate sono 391.224 e la pensione media erogata nel 2017 è stata di 12.759€ (il doppio del contributo medio versato). 
Si tratta sicuramente di un importo decisamente inferiore rispetto ai redditi percepiti dai liberi professionisti negli ultimi anni di svolgimento della loro professione; tutto questo perché le aliquote di contribuzione alle casse di previdenza privatizzate sono decisamente inferiori rispetto a quelle del sistema pubblico dove gli autonomi versano il 23%, i parasubordinati il 27% e i dipendenti il 33%.
La tabella sottostante è molto interessante in quanto evidenzia gli importi medi della pensione e il rapporto tra pensione media e reddito medio.

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Interessante notare come in quasi tutti i casi gli importi medi della pensione siano inferiori ai redditi medi; in particolare: Notai al 51%, giornalisti al 77,5%, commercialisti al 58%, avvocati al 70%, farmacisti 20% e medici 18%.
Seppure questi dati non rappresentano un tasso di sostituzione sono comunque significativi nell'evidenziare l'esigenza, ancor più rispetto ai lavoratori dipendenti o parasubordinati, di aderire alla previdenza complementare per poter mantenere anche in pensione, lo stesso tenore di vita mantenuto durante l'esercizio della propria professione.